Cosenza, abusi in divisa: ma quale stupore! (di Emilia Corea)

ABUSI IN DIVISA: MA QUALE STUPORE!

Chi mi conosce sa che non sono mai stata una fan di Iacchité a cui riconosco, tuttavia, il coraggio di portare ala luce intrallazzi politici che il potere costituito vorrebbe tenere celati. Il video che gira in rete da ieri mattina mostra una realtà che, a prescindere da chi sia l’aggredito, provoca sgomento.

Da persona che da oltre 14 anni si occupa di identificazione e presa in carico di persone sopravvissute a trattamenti disumani e a tortura ho ravvisato nelle immagini del video alcuni elementi inquietanti riconducibili a tali pratiche. La legalità costituzionale, che comprende in sé il diritto all’inviolabilità della propria integrità psico-fisica e dunque il diritto a non essere maltrattati e abusati, non si esaurisce davanti a un fermo di polizia. I fatti di violenza, di prevaricazioni, di maltrattamenti riconducibili non di rado alla tortura, avvengono molto spesso in circostanze tali per cui gli unici testimoni possibili sono altri poliziotti o carabinieri.

Abusi caratterizzati da un’enorme cifra nera. Non si sa infatti quanti siano i trattamenti disumani e degradanti che avvengono nelle stanze delle questure o delle caserme in assenza di un avvocato difensore. Un’idea ce la siamo durante tutti gli anni in cui abbiamo raccolto testimonianze, voci, racconti di persone detenute nei CPR, sottoposte a quotidiani massacri da parte delle forze dell’ordine, di migranti fermati e portati in questura e costretti a restare nudi e in ginocchio dopo essere stati pestati. Storie che rimangono celate nel silenzio, nel terrore della violenza che da un momento all’altro si potrebbe abbattere sul proprio corpo, distruggendo la propria psiche.

Nel caso specifico, invece, le immagini del fermo inchiodano i poliziotti alle loro responsabilità. Che non sono di poco conto! Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Aldo Bianzino, Niki Aprile Gatti, Marcello Lonzi sono tra i casi di persone morte nelle mani dello Stato. E come loro tanti altri, vittime di violenza istituzionale. Il video che mostra l’aggressione subita dal direttore di Iacchité richiama alla memoria Floys, ucciso mentre implorava di respirare, con la testa schiacciata a terra fino a soffocare. Riccardo Rasman, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini morti mentre si trovavano sotto la responsabilità delle forze dell’ordine hanno subìto quella tecnica di compressione toracica letale e pericolosa che in tutti e tre i casi ne ha determinato la morte. Le manovre pressorie esercitate su un soggetto costretto a terra prono e ammanettato dietro la schiena, non di rado ne determinano il soffocamento e l’asfissia. Non possiamo conseguentemente girare lo sguardo dall’altra parte davanti alle immagini relative alla brutale aggressione nei confronti di Gabriele Carchidi. Ritengo che niente possa giustificare tale prassi, soprattutto se avviene nella mia città di adozione, a pochi passi da casa mia. Non può esistere il “se l’è cercata”, il “ben gli sta”, il “chissà cosa aveva commesso” davanti a un palese abuso di potere e di controllo. È una visione distorta secondo cui sulla vita prevale una presunta esigenza di sicurezza. Ed è inaccettabile, chiunque sia il fermato. Soprattutto se, come sempre avviene nei casi di tortura e trattamenti disumani e degradanti, si vuole mettere a tacere una voce, annientare l’io, umiliare, degradare, punire.

Emilia Corea
Coordinatrice Equipe sociosanitaria
per l’emersione dei traumi da tortura